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Use Your Illusion: La Vendemmia 2026

3 set
Tempo di lettura: 2 min

a cura di Riccardo Corazza



Torniamo quindi sulla vexata questio della vendemmia 2026, topic ormai capace di intasare, visti i coetanei aggiornamenti sulla altrettanto dibattuta tematica delle giacenze, arrivate a fine luglio 2026 ad un preoccupante accumulo di 42,6 milioni di ettolitri di invenduto, (in un periodo, come si sa, che definire difficoltoso per i consumi è eufemistico) ogni canale di informazione.


Al lupo al lupo o problema (o problemi) consistenti? Innanzitutto per comprendere la reale situazione è necessario allargare la lente di ingrandimento. Un generale, progressivo aumento delle temperature medie è riscontrabile, ormai, almeno nell’ultimo trentennio, con effetti impattanti, oltre che sulla maturazione (ovviamente non limitata alle uve, ma estesa a tutte le piante da frutto, mele e pesche in testa, anche loro negli ultimi anni raccolte con anticipi compatibili con quelli della vite) anche sulla nostra quotidianità. Ormai non si tratta più di dibattiti tra negazionisti e scientifici osservanti, ma di fatti innegabili. In questo quadro le piante, organismi ormai unanimemente considerati ‘pensanti’, tendono a muoversi con conservativismo: se è riscontrabile l’anticipo delle classiche fasi fenologiche della vite (con riferimento in particolare della fase dell’invaiatura, da cui i tecnici calcolano, normalmente, circa 30-35 giorni per la maturazione completa), è anche vero che, nonostante l’estrema eterogeneità dei territori del vino italiani, si possono registrare ovunque dimensioni degli acini (e di conseguenza dei grappoli) più contenuti rispetto al passato. La vite, organismo resiliente per antonomasia, tende naturalmente a non appesantirsi inutilmente soprattutto nella fase stressante della allegagione/fruttificazione. Il ciclo normale è accelerato soprattutto dalla carenza di escursione termica, problema trasversale ai territori, causando una specie di insonnia iper-produttiva determinata dall’assenza di interruzione (come capita anche agli esseri umani, che nelle stesse condizioni producono cortisolo) tra attività diurna e notturna. Fatta eccezione per la dimensione di acini e grappoli, tuttavia, i valori medi di acidità e pH, normalmente i due parametri-guida nella comprensione della completezza di maturazione, sono grossomodo in linea con quegli dell’ultimo ventennio.


Cosa fare dunque? Necessario uscire definitivamente dai paradigmi, accettando che il mestiere della vite è cambiato drasticamente. Si sono brutalmente modificati i fabbisogni di lavorazione in pianta, con riferimento soprattutto a quelli manuali. Necessità di mantenere la parete fogliare intatta o quasi, per evitare rischi di scottature, necessità di lavorare il sottofila in vigna, per facilitare l’ossigenazione del terreno e il lavoro delle radici, necessità di just-in-time in raccolta per permettere alle uve di arrivare sane ed integre in cantina, con livelli di concentrazione zuccherina non ‘invalidanti’ per i prodotti finiti ed iniziare, lì, i procedimenti di vinificazione in maniera omogenea e varietalmente propizia. I quantitativi in termini di rendimento, paradossalmente, sembrano assecondare i cali di consumi, con necessità, tuttavia, di rimettere mano a carta e penna e valutare l’economicità della produzione. Uve sane, comunque, che, fatta salva la necessità di mettersi al riparo dai sempre più frequenti fenomeni estremi (altra motivazione che spiega l’anticipo dei periodi di raccolta di questo 2026, legato in gran parte, tuttavia, alla materia prima per le basi spumante), verosimilmente daranno grandi soddisfazione in temini qualitativi.


Riassumendo, è come se la stessa natura ci stesse ammonendo del fatto che sarebbe consigliabile produrre di meno, e meglio, autoregolamentandosi. Visti i precedenti, verosimile che non si tratti di un’indicazione da prendere sottogamba.



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