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SALINA, MELFA, SIGNUM ed EOLIA 38° 34' 49" N 14° 50' 10" E

1 ott
Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 2 ott

LE RADICI DELL’ISOLA


a cura di Riccardo Corazza


Soltanto arrivare, a Salina, dà l’idea di un viaggio iniziatico. Aeroporto di Catania, navetta fino a Milazzo, aliscafo o nave fino all’Isola. Impossibile non ritornare, soprattutto in questo periodo, alle narrazioni dei nostos, dei ritorni a casa. Non esclusivamente del ciclo omerico ma, in generale, come filosofia di base sottesa al nostro DNA caucasico, verosimilmente quell’istinto alla migrazione che condividiamo come una sorta di rintocco metabolico.


Salina

Arriverà anche la fase di algos, non lo metto in dubbio, ma qui, a Melfa, al Signum, tutto sembra progettato appositamente per alleviare lo stress che si accompagna immancabilmente ad ogni arrivo. Una struttura magnifica, resort di lusso che regala, di Salina, con l’occhio che, nelle giornate prive di foschia, si allarga a Stromboli e Panarea, un affaccio imperdibile sull’arcipelago delle Eolie. L’altro elemento, a cui, fiaccati dalla vita in città, non si è preparati, sono gli odori, questa vegetazione composita e mista, dove buganvillee, limoni e olivi, fichi d’india e piante da cappero, menta selvatica ed elicriso, sembrano chiamati ad adunata per ristrutturare un ancestrale rapporto con la terra, non mediato. Poi c’è la lentezza costitutiva che, qui, è anche necessità di sopravvivenza, date le temperature estreme, ma è maniera ideale di apprezzare la coccola da visioni non comuni, che riconciliano, anche esse, con il senso della nostra presenza quaggiù.



È questo lo scenario che la famiglia di Luca e Martina Caruso hanno scelto per il loro progetto, che ora comprende, oltre al resort di lusso, dotato di splendida SPA, anche un ristorante con una stella Michelin, un bistrot e una cantina, dove Luca e la compagna, Natascia Santandrea (anche lei proveniente dal mondo della ristorazione, dato che la famiglia ha gestito per 50 anni la celeberrima La Tenda Rossa di Cerbaia Val di Pesa), sono finalmente riusciti a dare seguito alla loro passione per il vino. Va detto, tutto funziona come una macchina ben oliata che, nella sua migliore incarnazione, prevede anche spazi comuni dove poter godere ed apprezzare. Martina Caruso, giovanissima (la stellata più giovane d’Italia), è chef di talento e capacità non comuni, che costruisce la sua visione di cucina sulla contaminazione, miscelando l’impeccabile tradizione culinaria isolana (sul pescato, dato che qui, in famiglia, si mangia soprattutto carne, dato che il pesce era fonte di reddito) con i tanti viaggi fatti all’estero. Ecco allora che nascono piatti come l’ormai ricercatissima bagna cauda ai ricci di mare, ma anche il mezzo rigatone con scorfano, zafferano, arancia e cicoria che sono come piccoli percorsi turistici alla ricerca di sapori e consistenze. A completare il progetto, il bistrot, dove ora Fabiola Sinani, chef di origine albanese, costruisce la sua idea di cucina conviviale tra insalate sfiziosissime, crudi di pesce, sandwich creativi e gustosi ma anche tapas, oltre ai piatti tradizionali, in versioni rivisitate, accompagnati da miscelati di livello assoluto. Ovviamente per chi non apprezzasse i cocktail c’è la famosa cave di casa, che Luca, da appassionato patron, cura personalmente, dotata di profondità e ricchezza ormai leggendarie.



Ciliegina sulla torta, come anticipato, è l’esperienza di Eolia, cantina fondata per l’appunto nel 2020, durante la pandemia, da Luca e Natascia, coinvolgendo fin da subito Bernardo Ciriciofolo, primo enologo. Ora, con l’arrivo di Michele Bevilacqua e con la consulenza del gruppo di lavoro di Donato Lanati, nella fattispecie Dora Mark, nonostante la giovane età, il progetto assume quadratura e consistenza. Parcelle dislocate nel mezzo di una natura fiorente, esposte tra est e ovest. Vigne miste, con Corinto Nero e Malvasia, Catarratto e Inzolia, capaci di beneficiare delle propizie escursioni

termiche per la produzione di vini dal disciplinare volutamente semplice, vinificati in acciaio ed affinati negli stessi contenitori, con un minimo utilizzo del legno, in modo da esaltare le caratteristiche varietali. Salini, verticali ma anche complessi e sfaccettati, tuttavia mai cupi o pensosi, capaci di accostarsi impagabilmente alle proposte dei due ristoranti ma essere anche fedeli ritratti, autosufficienti, di un progetto impagabile, collocato su uno scenario unico al mondo.


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