Scrivi Lugana e Leggi Futuro
a cura di Riccardo Corazza
Oltre 1000 presenze, 100 etichette, 40 cantine aperte, una DOC da 28 milioni di bottiglie prodotte (una per ogni turista, come dicono in zona), con il 60% di quota export, fino al 30% medio, impressionante, di cosiddette cellar-door sales, ovverosia di vendita in cantina, per una denominazione che si presenta, con la nutrita prima edizione del Lugana Festival, quattro giorni immersivi alla ri-scoperta della tipologia, come uno degli asset di traino per il mercato del vino italiano del prossimo futuro.

E non si tratta semplicemente di numeri derivati dall’indubbio appeal turistico favorito dalle sponde del Lago di Garda, dove tra Sirmione, Desenzano e Peschiera, Lazise e Lugana, c’è davvero di che sbizzarrirsi a livello di offerta, anzi, nell’anfiteatro morenico che caratterizza una delle DOC storiche del panorama peninsulare, istituita nel 1967, ma dalle radici profondamente conficcate nel territorio, dato che si tratta del vino prodotto storicamente nell’importante areale (ora tra le pochissime denominazioni interregionali, interessando Lombardia e Veneto) caratterizzato dalla viticoltura benacense. Clima mediterraneo con influenza lacustre, mitigato nel periodo invernale dal volano termico delle opposte correnti del Pelèr e dell'Òra, ma soprattutto la grande influenza (rara, visto il periodo) delle precipitazioni, qui storicamente attestate fra i 900 e i 1100 mm annui, a rinforzare una falda robusta, che raramente crea stress idrico alle piante; le quali peraltro, fra i suoli a grande componente argillosa, con calcari normalmente profondi, per passare poi ai terreni a matrice porfirica, dolomitica e morenica, si capisce come un’uva come il Trebbiano di Lugana (Turbiana), parente stretto del Verdicchio, quindi vitigno sensibile e delicato, espressivo e versatile, capace di grandi coloriture ed enormi potenzialità di invecchiamento, sia capace di esaltarsi.
La prova sul campo sono gli assaggi della rassegna itinerante, ben congegnata dal Consorzio, in collaborazione con il Comune di Sirmione, che ha avuto nella splendida cornice del Palazzo Callas il suo hub: impeccabili interpretazioni di Lugana ‘annata’, accattivanti ma non melense, salmastre e iodate, come quella de La Musina di Sartori, con la sua sorsata proteica e profonda, con cedro e ginger a guidare le danze, o ancora la classica, mai banale, di Arciera, dotata di tensione fra caramella d’orzo e melone bianco, per poi passare alle annate ‘vecchie’ come il Demesse 2021 di Famiglia Olivini, ma soprattutto le splendide prove sulla tipologia Riserva, con il Corte Sermana e le Vigne di Catullo di Tenuta Roveglia, entrambe in versione 2016 (ma la libreria è molto più profonda per entrambe), ad indicare la direzione. Piante vecchie qui in versioni mai sovraccariche, anzi, profonde, succose, suadenti ed equilibrate: testimonianza di quanto ci possa essere ancora di inesplorato non nelle potenzialità ma nelle possibilità di mercato di una tipologia moderna, di grande fascinazione, espressione di un territorio splendido, di ricettività turistica impressionante, lanciato indubbiamente, a piena velocità, verso il futuro.
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